Emilio Vedova, ‘...in continuum’, 1987-88, allestita nello studio dell’artista a Venezia ai Magazzini del Sale in occasione della mostra del 2011 organizzata dalla Fondazione Emilio e Annabianca Vedova, Courtesy Galleria dello Scudo Verona

Il mercato dell’arte: Emilio Vedova

Emilio Vedova, ‘...in continuum’, 1987-88, allestita nello studio dell’artista a Venezia ai Magazzini del Sale in occasione della mostra del 2011 organizzata dalla Fondazione Emilio e Annabianca Vedova, Courtesy Galleria dello Scudo Verona

Emilio Vedova, ‘…in continuum’, 1987-88, allestita nello studio dell’artista a Venezia ai Magazzini del Sale in occasione della mostra del 2011 organizzata dalla Fondazione Emilio e Annabianca Vedova, Courtesy Galleria dello Scudo Verona

VENEZIA – Nato a Venezia nel 1919, Emilio Vedova ha iniziato la sua carriera d’artista come autodidatta negli anni 30. Nel 1942 ha aderito al movimento antifascista “Corrente” e durante la guerra ha partecipato alla Resistenza. Nel 1946 ha firmato il manifesto “Oltre Guernica”, secondo cui la pittura doveva andare oltre alla figurazione. È stato, infatti, uno dei grandi protagonisti dell’Arte Informale e ha sostenuto la forza rivoluzionaria della pittura, del gesto e dell’astrazione. Nel 1948 ha partecipato per la prima volta alla Biennale di Venezia e poi ci è tornato regolarmente ricevendo riconoscimenti importanti, come il Gran Premio per la pittura alla Biennale di Venezia del 1960 e il Leone d’Oro alla carriera alla Biennale di Venezia del 1997.

Il suo valore è stato riconosciuto già in vita. Tra i suoi sostenitori c’è stata Peggy Guggenheim, incontrata nel 1947 a Venezia e poi diventata sua collezionista. Le sue opere sono conservate oggi alla Fondazione Peggy Guggenheim di Venezia, oltre che in vari musei di tutto il mondo tra cui il MoMA di New York. La sua avventura americana è iniziata nel 1951 con la personale alla Viviano Gallery di New York. A questa prima mostra ne sono seguite altre da cui sono nate intense relazioni con la scena artistica americana. Oltre che come pittore il suo nome si è affermato come uomo di pensiero e docente grazie a diversi cicli di lezioni alle università americane.

“In queste occasioni Vedova ha affermato la sua teoria di una pittura che rompe le regole, di una gestualità che porta la pittura al limite” spiega il gallerista Massimo Di Carlo della Galleria dello Scudo di Verona. “Ma in realtà quelle che sembrano sciabolate casuali erano profondamente controllate. Già prima di iniziare aveva tutto il quadro dentro la sua testa”.

La sua è stata una carriera molto internazionale. Ha esposto non solo negli Stati Uniti, ma anche in Brasile, dove ha partecipato già alla seconda Biennale di San Paolo nel 1954 e ha vinto un premio che gli ha permesso di trascorrere tre mesi in Brasile, e in Germania, dove ha realizzato tra il 1963 e il 1964 la serie dell'”Absurdes Berliner Tagebuch” ed è stato presente a Documenta a Kassel nel 1955, nel 1959, nel 1964 e nel 1982.

Emilio Vedova, ‘Ciclo ’62 - (B.3)’, 1962, tecnica mista su tela, 145,5 x 185 cm, Courtesy Galleria dello Scudo Verona

Emilio Vedova, ‘Ciclo ’62 – (B.3)’, 1962, tecnica mista su tela, 145,5 x 185 cm, Courtesy Galleria dello Scudo Verona

“La sua fortuna è antica e guadagnata sul campo” commenta il gallerista Massimo Di Carlo, “ma dalla seconda metà degli anni 90 fino a oggi, c’è stata un’onda speculativa che ha esaltato l’arte contemporanea e ha messo in secondo piano alcuni grandi maestri soprattutto europei. Ora le cose stanno cambiando”. Un esempio di questa rivalutazione è la presenza di Emilio Vedova ad Art Basel 2015 nella sezione Art Unlimited con l’installazione pittorica “…in continuum”, presentata dalla Galleria dello Scudo. Si tratta di una serie di 102 dipinti realizzati tra il 1987 e il 1988 in cui la pittura si rinnova continuamente, riempie gli spazi e coinvolge lo spettatore.

Emilio Vedova, ‘...in continuum’, 1987-88, allestita nello studio dell’artista a Venezia ai Magazzini del Sale in occasione della mostra del 2011 organizzata dalla Fondazione Emilio e Annabianca Vedova, Courtesy Galleria dello Scudo Verona

Emilio Vedova, ‘…in continuum’, 1987-88, allestita nello studio dell’artista a Venezia ai Magazzini del Sale in occasione della mostra del 2011 organizzata dalla Fondazione Emilio e Annabianca Vedova, Courtesy Galleria dello Scudo Verona

“Tra le opere più ricercate sul mercato ci sono i dipinti degli anni 60, prodotti tra Europa e Stati Uniti, e quelli degli anni 80″ spiega Di Carlo. “Negli anni 70 si è dedicato prevalentemente all’incisione. In questi anni sono nati importanti cicli di ispirazione politica, come il “Ciclo Spagna”, “Agli studenti americani”, “Cuba sì”. È stato un abilissimo incisore e ha sperimentato diverse tecniche”.

Gli anni 80, invece, sono gli anni dei grandi tondi, dipinti su entrambi i lati e con un diametro di quasi tre metri. “È una pittura molto aggressiva, apprezzata molto nel Nord Europa e in particolar modo in Germania” spiega Di Carlo. Le opere di Vedova sono conservate nella collezione della Neue Nationalgalerie di Berlino, mentre la Berlinische Galerie di Berlino gli ha dedicato un’importante retrospettiva dopo la sua morte, avvenuta nel 2006.

Nello stesso anno della scomparsa dell’artista è nata a Venezia la fondazione a lui dedicata, voluta dall’artista stesso. Ogni anno mostra il lavoro di Vedova affiancandolo a quello di altri grandi artisti, come Anselm Kiefer, Roy Lichtenstein, Alexander Calder. Anche la galleria austriaca Thaddaeus Ropac – che da maggio 2015 rappresenta il lascito di Vedova – ha posto l’opera dell’artista veneziano in dialogo con un altro grande maestro della pittura contemporanea, Georg Baselitz, che è stato suo amico ed estimatore.

“Anche negli Stati Uniti l’opera di Emilio Vedova comincia di nuovo ad essere apprezzata” commenta Di Carlo. “Dopo la fortuna degli anni 60-70, è stato messo da parte per una questione di politiche culturali. Venivano mostrati gli espressionisti astratti americani, mentre Vedova è fortemente legato alla cultura italiana e in particolare veneziana, alla gestualità estrema di Tintoretto e Tiziano e al vorticismo del Futurismo e di Boccioni. Oggi si guarda ai contenuti per cui viene dato la giusta attenzione ad un grande maestro europeo come Vedova”.

Emilio Vedova, ‘Da Dove ’83 – 12’, 1983, idropittura, pastello, cemento, sabbia su tela, 200 x 300 cm, Courtesy Galleria dello Scudo Verona

Emilio Vedova, ‘Da Dove ’83 – 12’, 1983, idropittura, pastello, cemento, sabbia su tela, 200 x 300 cm, Courtesy Galleria dello Scudo Verona

I prezzi per le opere di Vedova presso la Galleria dello Scudo sono sui 600.000-700.000 euro per una grande tela degli anni 60 (1,2 x 2 m) e sui 400.000 euro per le tele di 2,35 x 2,35 metri degli anni 80. I grandi tondi, molto rari, dipinti su fronte e retro degli anni 80 quotano sui 700.000-800.000 euro.

Le opere su carta degli anni 60 (100 x 70 cm) costano sugli 80.000-100.000 euro, mentre quelle degli anni 80 sono sui 60.000-70.000 euro. Le opere del ciclo in bianco e nero “De America” del 1976-77, rarissimo, di 2 x 2 metri, costa 300.000-350.000 euro. Le incisioni (50 x 70 cm e 70 x 10 cm) partono da 2.000 euro.

By SILVIA ANNA BARRILA

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Lotto 665, importante armatura giapponese, stima 90.000-120.000 euro. Courtesy Czerny International Auction House.

Il mercato dell’arte in Italia: La casa d’aste Czerny’s

Lotto 665, importante armatura giapponese, stima 90.000-120.000 euro. Courtesy Czerny International Auction House.
Lotto 665, importante armatura giapponese, stima 90.000-120.000 euro. Courtesy Czerny International Auction House.
 
La casa d’aste italiana Czerny’s, con sede a Sarzana in Liguria, è l’unica casa d’aste al mondo dedicata esclusivamente al segmento delle armi antiche. Il 6 giugno terrà un’importante vendita a cui acquirenti da tutto il mondo potranno partecipare attraverso il sito LiveAuctioneers.com. Auction Central News ha intervistato il suo fondatore, il tedesco Michael G. Czerny.

Lotto 550, balestra del 1550 circa di provenienza tedesca, stima 14,000-16.000 euro. Courtesy Czerny International Auction House. Read more

Room 1 – Salon. Photos by Matteo De Fina

Il mercato dell’arte in Italia: Ettore Spalletti

Room 1 – Salon. Photos by Matteo De Fina
Room 1 – Salon. Photos by Matteo De Fina
 
PESCARA, Italia – “Il colore, come si sposta, occupa lo spazio e noi entriamo. Non v’è più la cornice che delimitava lo spazio. Togliendola, il colore assume lo spazio e invade lo spazio. E quando questa cosa riesce, è miracolosa”.

Con queste parole l’artista italiano Ettore Spalletti, nato nel 1940 a Cappelle sul Tavo in provincia di Pescara, dove ancora vive e lavora, riassume il processo che si innesca di fronte alle sue opere: tele e sculture monocrome sospese tra pittura e scultura, geometria minimalista e classicità rinascimentale. Read more

Pino Pinelli, 'Pittura R, 2010,' 31x50 cm, acrilico su tela, 2 elementi. Courtesy Dep Art Gallery Milano

Il mercato dell’arte in Italia: Pino Pinelli

Pino Pinelli, 'Pittura R, 2010,' 31x50 cm, acrilico su tela, 2 elementi. Courtesy Dep Art Gallery Milano

MILANO, Italia – Nato a Catania nel 1938, Pino Pinelli si trasferisce a Milano negli anni 60 attratto dal grande fermento artistico e culturale sviluppatosi attorno a figure fondamentali del dopoguerra italiano come Lucio Fontana, Piero Manzoni ed Enrico Castellani. Stimolato dal loro esempio, Pinelli sperimenta nuove soluzioni per la superficie pittorica. Ne indaga la geometria, la forma e il colore e diventa un esponente della Pittura Analitica, movimento degli anni 70 che analizza le componenti materiali della pittura e il rapporto tra pittura e artista.

Già nei primi anni 70 arriva, attraverso un processo di sottrazione, al monocromo. A partire dal 1973 i suoi lavori si chiamano solo “Pittura”, seguita dalla prima lettera del colore (R per rosso). Nel 1976 il concetto classico di quadro si rompe e il muro entra a far parte dell’opera. Nascono le “Disseminazioni” dove frammenti di opera vengono seminati sul muro. Negli stessi anni Pinelli smette di usare la classica tela e utilizza materiali come la flanella che conferisce all’opera una componente tattile.

Così scrive il critico Alberto Zanchetta riguardo a questo processo: “Nella seconda metà del XX secolo i pittori avevano rinunciato alla cornice del quadro – sentita come un vincolo e un orpello – e si erano interessati a scandagliare le pareti dei musei o delle gallerie d’arte, permettendo così alle opere di entrare in relazione diretta con l’ambiente espositivo, luogo di accadimenti” che diventa il nuovo confine spaziale della pittura. Negli anni Settanta artisti come Pino Pinelli si avvedono anche del limite imposto dal telaio del quadro stesso; rispondono quindi con una deflagrazione e uno sconfinamento in grado di dare corpo alla pittura, rendendola materia (più ancora che materica). Pinelli, ad esempio, avverte l’esigenza di rifondare la natura stessa della pittura, i suoi presupposti, prefigurandone gli sviluppi futuri e tutte le diramazioni possibili. Ancor oggi, la sua è una pittura “pensata” in relazione allo spazio espositivo, “progettata” per vivere in sinergia e in simbiosi con l’architettura».

Fino agli anni 80 Pinelli accosta forme e colori su traiettorie lineari. Poi dal 1987 passa a forme irregolari, quasi schegge materiche, che accosta due a due. Negli anni 90, invece, le forme si riordinano e tornano ad assumere forme e composizioni più regolari. Nel 1995 appare per la prima volta la croce, prima solo rossa e poi anche blu dal 1999, che negli ultimi anni è protagonista di molte mostre dell’artista.

Pino Pinelli, Pittura R incroci, 2009, 41×41 cm, acrilico su tela, 7 elementi. Courtesy Dep Art Gallery Milano


La sua prima personale risale al 1968 e si svolge alla Galleria Bergamini di Milano. Negli anni partecipa a diverse mostre collettive non solo in Italia – si ricorda la partecipazione alla Biennale di Venezia nel 1986 – ma anche all’estero, in Francia (per esempio alla Galerie Lil’Orsay di Parigi e da Chantal Crousel-Svennung) e in Germania (per esempio alla Galleria Neuendorf di Francoforte).

Da un anno a questa parte è rappresentato in esclusiva da Galleria Dep Art di Milano e Claudio Poleschi di Lucca. “Il mercato di Pino Pinelli è radicato da tantissimi anni in Italia” spiega Antonio Addamiano della Galleria Dep Art. “Ma negli ultimi dodici mesi, da quando lavora con noi e con Poleschi, si è riscontrato un interesse anche da parte di collezionisti di altri paesi europei. Infatti le sue opere sono ricomparse alle fiere come Artissima , PAN-Tefaf Amsterdam, Art Geneva e Art Paris, e si sono strette collaborazioni con gallerie straniere che hanno già presentato mostre personali, come MDZ Knokke, o collettive come De Buck a New York”.

Nonostante ciò, l’artista è ancora sottovalutato da un punto di vista internazionale. Le sue opere piccole variano dai 7.000 ai 12.000 euro, mentre le installazioni di sei, diciotto e trentadue elementi arrivano fino a 60.000 euro. Le opere degli anni 70 variano dai 20.000 ai 50.000 euro.= “Il suo è un linguaggio unico e ben identificabile” dice Antonio Addamiano. “La sua importanza nella storia dell’arte deriva dall’essere stato uno dei fondatori della Pittura Analitica agli inizi degli anni 70 e per processi artistici quali la disseminazione e la rottura del quadrato. Opere di questa importanza dovrebbero costare dai 50.000 euro in su”.

Tra i lavori più richiesti ci sono i monocromi del 1974 e 1975, richiesti in particolare da una clientela più classica, mentre gli amanti del contemporaneo preferiscono il quadrato spezzato e le disseminazioni.

Pino Pinelli, Pittura R, 1974, 70×70 cm, acrilico su tela. Courtesy Dep Art Gallery Milano


“Iniziano ad esservi richieste da Svizzera, Francia, Olanda e Germania, e cioè i paesi dove è stato proposto” spiega Antonio Addamiano. “In America non si può penetrare il mercato senza una grande retrospettiva, il pubblico ha bisogno di conoscere a fondo tutto il lavoro di Pinelli, ed ancora non c’è stata occasione”.

Fino al 30 maggio, la galleria milanese Dep Art dedica a Pino Pinelli una retrospettiva dagli anni 70 ad oggi.

“La mostra racchiude tutti i periodi di Pinelli” spiega Antonio Addamiano, “dai famosi monocromi alle ultime disseminazioni, con la specifica di aver in comune il color rosso, da sempre uno dei colori primari più usati e famosi dell’artista tant’è che si parla di ‘Rosso Pinelli'”.

Pino Pinelli, Pittura 86, 1986, 21x21x13 cm, acrilico su tela, 3 elementi. Courtesy Dep Art Gallery Milano


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Giuseppe Uncini, ‘Senza titolo,’ 1958, argilla su cartone, 23 x 31 cm. Courtesy Cardi Gallery

Il mercato dell’arte in Italia: Giuseppe Uncini

MILANO, Italia – Negli ultimi mesi il mercato dell’artista italiano Giuseppe Uncini, nato nel 1929 a Fabriano e scomparso nel 2008 a Trevi, sta vivendo un momento positivo dopo anni di andamento altalenante.

“Il lavoro di Uncini non è di facile apprezzamento rispetto alla più classica pittura o scultura e ciò lo ha penalizzato” spiega la curatrice Annamaria Maggi. “L’importanza della sua figura deriva dall’aver preso parte ad una rivoluzione del linguaggio artistico che si è totalmente spogliato delle contaminazioni dell’ultimo Informale e che ha messo in scena un linguaggio nuovo, innovativo e radicale, utilizzando i mezzi e i materiali del costruire: il cemento e il ferro”.

Nella pratica artistica di Uncini è fondamentale l’idea del costruire. L’artista osserva i processi di costruzione e li applica alle sue sculture che rivelano tali processi costruttivi sulla loro superficie e attraverso elementi strutturali lasciati a vista.

Dopo un inizio difficile, il mercato di Uncini dagli anni 90 ha vissuto un forte incremento di interesse e di valori. Fino al 2008, anno della sua scomparsa, il collezionismo ha dimostrato grande attenzione nei confronti di Uncini e sono state raggiunte ottime quotazioni. Dal 2008 fino a qualche mese fa, invece, si è verificato un calo dell’interesse con poca richiesta e molti invenduti alle aste. Ma ora sembra che, nella tendenza diffusa di riscoperta e rivalutazione dei maestri Italiani degli anni 60, anche Uncini stia godendo di tale trend positivo.

“I prezzi sono in costante e rapida e ascesa e ottime sono le ultime aggiudicazioni alle aste” dice Annamaria Maggi. “La sua produzione è molto ampia e quindi le sue quotazioni a seconda dell’anno, del supporto e della serie”.

Le opere più richieste sono i “Cementarmati”, cioè opere realizzate con ferro, cemento e rete metallica che rivelano la ricerca geometrico-spaziale dell’artista e rappresentano la sua produzione iniziale, dal 1958-59 al 1963. Sono queste le opere che hanno segnato i più recenti record d’asta: 295.800 euro da Dorotheum a Vienna lo scorso novembre; 183.750 euro da Il Ponte a Milano a dicembre; e 127.500 euro da Sotheby’s a Milano a maggio.

“Nonostante l’attuale felice congiuntura di mercato, Uncini rimane un artista molto sottovalutato” spiega Annamaria Maggi, “soprattutto per alcune serie della sua produzione come le ‘Ombre’, opere dal linguaggio estremamente innovativo e radicale, in anticipo rispetto alle proposte del Minimalismo, che il mercato ancora non valorizza”.

Si tratta di opere realizzate tra il 1972 e il 1978 nelle quali la massiccia presenza architettonica dei volumi dialoga con la loro ombra, che pure si fa scultorea. Il mercato di Uncini, inoltre, non è ancora sviluppato a livello mondiale, benché lo sia già a livello europeo.

Dal 28 aprile al 15 settembre, Cardi Gallery di Milano dedica a Giuseppe Uncini una mostra curata da Annamaria Maggi la cui intenzione è quella di presentare un excursus, seppur sintetico, di tutta la produzione dell’artista, dalle prime opere, i “Cementarmati”, fino ai più recenti “Artifici”. La mostra coincide con un momento importante per la città di Milano come Expo, l’esposizione universale (1 maggio-31 ottobre). “La decisione di presentare Uncini durante Expo Milano 2015 è la sua italianità” spiega Annamaria Maggi “e il suo alto valore storico e culturale, tutto da riscoprire e valorizzare. Un omaggio a un grande artista scomparso, uno dei maggiori scultori italiani”.

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Alberto Biasi, ‘Gocce a sottomarina.’ Courtesy De Buck Gallery

Il mercato dell’arte in Italia: Alberto Biasi

PARIGI – Nato a Padova nel 1937, Alberto Biasi è un importante rappresentante dell’arte optical e cinetica italiana. Si è affermato negli anni 60 come membro fondatore del Gruppo N, nato nel 1959 dalla collaborazione con gli artisti Ennio Chiggio, Toni Costa, Edoardo Landi, Manfredo Massironi e attivo fino al 1967. Nelle sue opere Biasi sfida la percezione dell’osservatore attraverso illusioni ottiche, giochi di luce e la simulazione del movimento.

I suoi primi esperimenti in questo senso sono stati le “Trame”, sovrapposizioni di garze di cotone, fili metallici o cartoline perforate gradualmente intrecciati a formare composizioni variabili. Un’altra serie che Biasi ha iniziato nel 1960 è quella delle “torsioni”, tele tagliate in strisce poi ricomposte a formare delle torsioni. A seconda dell’angolo di osservazione, la superficie cambia il suo aspetto e sembra muoversi. Anche nei suoi “Rilievi ottico-dinamici”, composti da fili che sembrano essere sullo stesso livello e invece sono separati di pochi centimetri, l’utente attiva l’immagine attraverso il suo movimento. Più tardi Biasi ha creato gli “Ambienti”, spazi sperimentali che fondono lo spazio dell’opera e lo spazio dello spettatore aumentando l’effetto illusionistico e di instabilità.

I valori delle opere di Biasi e il numero dei suoi collezionisti sono costantemente aumentati negli ultimi tre o quattro anni. Secondo il gallerista Michele Casamonti, fondatore della galleria Tornabuoni Art a Parigi, sono due le ragioni principali di questo interesse: “Da un lato deriva dalla crescente attenzione di molti collezionisti americani nei confronti dell’arte cinetica dell’Europa e del Sud America; dall’altra Biasi beneficia dell’attuale straordinario successo dell’arte italiana degli anni 60 a livello internazionale”.

Eppure il suo lavoro è ancora sottovalutato. “I prezzi di Biasi sono ancora al di sotto di quelli dei suoi contemporanei nell’ambito dell’arte optical, come ad esempio Jesus Rafael Soto e Carlos Cruz-Diez,” dice il gallerista di New York, David De Buck. “Ma il lavoro di Biasi è estremamente popolare tra i nostri collezionisti americani e ci aspettiamo di raggiungere il livello dei contemporanei grazie al recente aumento d’interesse nell’arte del dopoguerra italiano tra i collezionisti americani e inglesi. Il mercato di Biasi negli Stati Uniti crescerà sicuramente nei prossimi anni, per cui il suo lavoro rappresenta un ottimo investimento.”

Anche Michele Casamonti è d’accordo. “Non ho alcun dubbio sul fatto che i prezzi di Biasi aumenteranno nel prossimo futuro. Il suo ruolo come membro fondatore del Gruppo N e la sua partecipazione alle mostre ‘Azimut’ nel 1959-60 conferiscono alle sue opere un valore storico.”

I prezzi per le opere di Alberto Biasi variano in base a una serie di fattori, ma possiamo dire che le opere risalenti agli anni 60 e 70 sono più richieste e raggiungono i prezzi più alti, mentre le opere più recenti risalenti agli ultimi vent’anni hanno prezzi inferiori. Particolarmente popolari tra i collezionisti sono le opere della serie “Torsioni”, della serie “Rilievi ottico-dinamici” e le opere identificate dal titolo “Gocce”, che sono iconiche e riconoscibili.

Fino a tre o quattro anni fa era ancora possibile acquistare le opere degli anni 60 al prezzo di 20.000-30.000 euro. Ora a questi prezzi è possibile acquistare solo opere di piccole dimensioni oppure opere prodotte dopo il 1980. Alcune delle opere più significative degli anni 60 hanno superato i 100.000 euro.

Ma è ancora possibile acquistare opere interessanti con un budget limitato? “Sì,” risponde Michele Casamonti, “e suggerisco di farlo. Si possono ancora trovare alcune ‘Torsioni’ di piccole dimensioni o più recenti a prezzi intorno ai 10.000 euro e sono piccoli gioielli”.

Le opere di Biasi sono state incluse in importanti esposizioni museali come la rivoluzionaria mostra del 1965 “The Responsive Eye” al MoMA di New York, o la mostra del 2014 “AZIMUT/H: Continuità e novità” alla Peggy Guggenheim Collection di Venezia. Inoltre il suo lavoro è all’interno di collezioni importanti come la collezione del MoMA di New York, la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia e della Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma.

Alla fine di marzo inaugureranno due mostre di opere di Alberto Biasi: una alla De Buck Gallery di New York e l’altra da Tornabuoni Art a Parigi. La mostra di De Buck, dal titolo “Unlimited Perception”, fino al 2 maggio, sarà la prima mostra personale di Biasi a New York dal 1971. Includerà opere dalla serie “Torsioni” e “Rilievi Ottico-Dinamici”. I prezzi andranno da circa 40.000 a 150.000 dollari. La mostra da Tornabuoni Arte si svolgerà fino al 27 giugno e presenterà per la prima volta fuori d’Italia “Light Prism”, un lavoro che è stato esposto alla Biennale di Venezia nel 1964 e al Palazzo delle Esposizioni di Roma nel 1970.

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Le ceramiche di Marcello Fantoni, courtesy Piasa Paris

Il mercato dell’arte in Italia: Le ceramiche di Marcello Fantoni

PARIGI – Tra i maestri italiani della ceramica un nome di rilievo è quello di Marcello Fantoni, nato a Firenze nel 1915 e scomparso nel 2011.

La sua carriera è iniziata molto presto: a soli 12 anni Fantoni iniziò a frequentare i corsi del ceramista Carlo Guerrini all’Istituto d’Arte di Porta Romana di Firenze. Parallelamente prese lezioni di scultura da Libero Andreotti e Bruno Innocenti e di disegno da Gianni Vagnetti. Questa formazione multidisciplinare trova riscontro nella sua produzione: Fantoni riuscì, infatti, a combinare la semplicità della ceramica tradizionale italiana con la ricerca artistica contemporanea internazionale e a conferire agli oggetti quotidiani un’espressività scultorea. Influenzato dal primitivismo così come dall’arte moderna e dal Cubismo, Fantoni fu capace di unire la plasticità della scultura e il cromatismo della pittura, l’attenzione alla linea così come ai volumi. Dal punto di vista tecnico, Fantoni utilizzava un materiale arcaico come l’argilla nella convinzione che questa disponesse di un potenziale espressivo non ancora svelato, e dipingeva tutti gli oggetti a mano, rendendoli così unici.

Tale singolarità degli oggetti ha fatto sì che il suo lavoro riscuotesse subito grande successo tra i collezionisti. Nel 1936, infatti, Fantoni aprì la sua la manifattura Ceramiche Fantoni dopo un periodo trascorso come direttore artistico di una fabbrica di Perugia. Già in occasione della mostra dell’Artigianato di Firenze, nel 1937, la sua produzione si affermò come una delle tendenze più attuali e riportò un grande successo anche dal punto di vista commerciale. Nel 1970 Fantoni fondò all’interno del suo studio a Firenze la Scuola Internazionale d’Arte Ceramica attraverso la quale diffuse i suoi insegnamenti.

Oggi i suoi pezzi all’asta vengono venduti per cifre tra i 500 e i 15.000 euro, ma sono molto rari sul mercato e c’è molta richiesta per acquistare i pezzi più importanti. Un po’ più spesso compaiono sul mercato americano. Molti dei suoi oggetti sono conservati in collezioni sia private che museali, per esempio al Metropolitan di New York, al Boston Museum of Fine Arts, al Victoria & Albert Museum di Londra e nei musei d’arte moderna di Tokyo e Kyoto. In Italia il suo lavoro può essere ammirato al Museo delle Ceramiche di Faenza, al Museo del Bargello e al Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi di Firenze.

La casa d’aste francese Piasa dedica ora a Fantoni un’asta monografica che si terrà a Parigi il 15 aprile. “È la prima volta che una raccolta importante di sue opere viene mostrata a Parigi”, ha detto Frédéric Chambre, specialista di design della casa d’aste. “Nonostante la presenza delle sue opere in numerosi musei e collezioni, Fantoni non ha ancora avuto una retrospettiva importante in un’istituzione. Il suo mercato è ancora molto elitario e non c’è molta disponibilità sul mercato. Speriamo di dare più luce e visibilità a questo importante creatore e che questa asta monografica porti a Fantoni l’attenzione che merita”.

In vendita ci saranno un centinaio di oggetti tra vasi, lampade, tavoli e sculture con stime da 800 a 12.000 euro. Tra i lotti più importanti ci sono due sculture in ceramica smaltata caratterizzate da volumi molto particolari con stime tra 4.000 e 6.000 euro (lotti 7 e 36) e un tavolo del 1970 stimato 8.000-12.000 euro (lotto 38). Ma ci saranno anche lotti interessanti a prezzi molto accessibili, per esempio tre piccoli vasi degli anni 60 di colore bianco latte stimati 800-1.200 euro (lotto 3) e due vasi con gocce bianche e colorate da 600-900 euro ciascuno (lotto 24 e 25).

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Lotto 39, Collana un filo di 35 perle australiane coltivate a digradare (misure da 15.5 a 11.5 mm), cts. 570.77, chiusura a boule in oro bianco 18 kt con brillanti, cts. 1.50 circa. Lunghezza cm 48, Stima €13.000-18.000, Courtesy Minerva Auctions

Il mercato dell’arte in Italia: Asta di San Valentino

ROMA – Per la prima volta la casa d’aste Minerva Auctions di Roma tiene quest’anno un’asta in occasione di San Valentino, il 13 febbraio. Si tratta di una vendita minore di gioielli e orologi in attesa del più importante appuntamento del 21 maggio. Accanto ai gioielli, l’asta offre accessori vintage come borse e foulard per un totale di 359 lotti con stime che vanno dai 50 ai 13.000 euro.

“L’idea nasce con l’obiettivo di attrarre un pubblico non necessariamente legato alle nostre aste più importanti che si svolgono due volte l’anno” spiega il responsabile del reparto Gioielli, Orologi e Argenti Andrea De Miglio, “ma anche per poter dare l’opportunità di fare, o farsi, un regalo fuori dal comune investendo in qualcosa che sicuramente nel tempo andrà a rivalutarsi non solo affettivamente, ma anche economicamente”.

Il mercato dei gioielli e degli orologi, infatti, è in costante crescita ed è molto cambiato negli ultimi anni. “In tutto il mondo sono state raggiunte aggiudicazioni sempre più importanti” commenta De Miglio. “Si è affacciato su questo settore un nuovo pubblico e si sono aperti nuovi mercati, in particolare in Asia, in crescita esponenziale. I compratori hanno capito che questi settori non sono legati solo a valori materici, ma molto più all’esclusività e alla rarità”.

I prezzi più alti vengono segnati, infatti, per tipologie di oggetti molto selezionate. “Il mercato premia la rarità, come nel caso delle pietre preziose di colori naturali, per esempio i rubini Birmani o gli zaffiri Kashmir, e gli oggetti di particolare importanza, per esempio le splendide realizzazioni dei primi anni del Novecento, non necessariamente firmate dalle note maison dell’epoca”.

Sia nel 2014 che nel 2013 il settore dei gioielli, argenti e orologi è stato quello a più alto aggiudicato da Minerva, con un totale diritti inclusi di 1.865.050 euro nel 2014 e 1.340.251 euro nel 2013 (+39,2%).

All’interno del gioiello un segmento che negli ultimi due anni è stato riscoperto è quello del gioiello d’artista. “È un settore legato non solo ai normali schemi del settore dei gioielli, ma anche ad un mondo culturale che soprattutto intorno alla metà del XX secolo è stato fucina di opere fantastiche che oggi stanno trovando la giusta collocazione e valutazione sul mercato”. Un esempio significativo è la spilla “Gli Archeologi” di Giorgio de Chirico che lo scorso novembre da Minerva è passata da una stima di 15.000 euro ad un risultato di quasi 75.000 euro.

Anche il settore delle borse vintage riceve sempre più attenzioni da parte dei collezionisti. “Le più richieste sono sicuramente le borse di Hermès” spiega De Miglio, “in particolare quelle d’epoca, ovviamente in buono stato, e soprattutto quelle in coccodrillo. La Kelly, la prima della maison, e la Birkin sono oggi dei veri oggetti di culto (la Kelly lo era già negli anni 50), e per queste borse alcuni clienti sono disposti a pagare cifre folli; ci sono stati casi di aggiudicazioni anche intorno ai 50.000 euro. Ma anche altri marchi del lusso sono ricercati, come Louis Vuitton, Gucci, Roberta di Camerino. Ovviamente parliamo sempre di oggetti del passato”.

Ma allora quali sono i lotti da non perdere in questa asta? “Per i gioielli una splendida spilla dei primi anni 50 ricca di diamanti con caratteristiche eccezionali (lotto 163, stima €7.000-9.000), e una collana di perle australiane praticamente perfette (lotto 39, stima €13.000-18.000). Per il vintage una splendida Kelly, misura 28, in coccodrillo testa di moro dei primi anni 70 in perfetto stato e con addirittura il controllo certificato della maison, identica a quella sfoggiata in varie occasioni dalla Principessa di Monaco, Grace Kelly, che ha fatto sognare il mondo intero (lotto 345, stima €6.000-9.000). Oggetti interessanti più per la rarità e la curiosità che per i valori si possono trovare, invece, tra gli argenti: i vassoi provenienti da Tripoli dei primi del Novecento (lotti 92, 93, 94, stime €250-350 l’uno) o una cavigliera antica realizzata in India alla fine dell’Ottocento (lotto 91, stima €250-350)”.

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Lotto 39, Collana un filo di 35 perle australiane coltivate a digradare (misure da 15.5 a 11.5 mm), cts. 570.77, chiusura a boule in oro bianco 18 kt con brillanti, cts. 1.50 circa. Lunghezza cm 48, Stima €13.000-18.000, Courtesy Minerva Auctions

Lotto 39, Collana un filo di 35 perle australiane coltivate a digradare (misure da 15.5 a 11.5 mm), cts. 570.77, chiusura a boule in oro bianco 18 kt con brillanti, cts. 1.50 circa. Lunghezza cm 48, Stima €13.000-18.000, Courtesy Minerva Auctions

Lotto 163, Spilla in oro bianco dal motivo di tralcio fiorito, impreziosita da 163 diamanti taglio tondo brillante per cts 8.70 totali, colore G/H purezza IF-VS e da 41 diamanti vario taglio per cts. 4.00 totali, colore G/H purezza IF-VS con certificato gemmologico numero 19399 del 14.10.2014, Stima €7.000-9.000, Courtesy Minerva

Lotto 163, Spilla in oro bianco dal motivo di tralcio fiorito, impreziosita da 163 diamanti taglio tondo brillante per cts 8.70 totali, colore G/H purezza IF-VS e da 41 diamanti vario taglio per cts. 4.00 totali, colore G/H purezza IF-VS con certificato gemmologico numero 19399 del 14.10.2014, Stima €7.000-9.000, Courtesy Minerva

Lotto 345, Borsa Hermes Paris modello Kelly in coccodrillo testa di moro. Produzione anni ‘70 con certificato di controllo Settembre 2014. Cinghia in coccodrillo, misura 28, Stima €6.000-9.000, Courtesy Minerva

Lotto 345, Borsa Hermes Paris modello Kelly in coccodrillo testa di moro. Produzione anni ‘70 con certificato di controllo Settembre 2014. Cinghia in coccodrillo, misura 28, Stima €6.000-9.000, Courtesy Minerva

Lotto 91, Antica cavigliera in argento, India. Gr. 535, Stima €250-350, Courtesy Minerva Auctions

Lotto 91, Antica cavigliera in argento, India. Gr. 535, Stima €250-350, Courtesy Minerva Auctions

Giacomo Balla, 'Luminosità Spaziale,' tempera on paper applied on canvas, 24.5 x 34.5cm. Courtesy Farsetti

Il mercato dell’arte in Italia: Giacomo Balla a Milano

MILANO, Italia – Ha aperto nella sede di Milano della casa d’asta e galleria Farsetti una mostra dedicata alla produzione degli anni 20 di Giacomo Balla (fino al 28 febbraio). Lo scopo è puntare l’attenzione sulla seconda fase del Futurismo, quella che copre i due decenni tra la prima e la seconda guerra mondiale e che non è ancora stata adeguatamente studiata e valorizzata come i primi anni del Futurismo, dalla fondazione del movimento nel 1909 alla fine della prima guerra mondiale, che invece sono stati oggetto di importanti mostre e monografie sia in Italia che all’estero.

La mostra, curata da Elena Gigli, studiosa dell’opera di Balla da 20 anni, include una ventina di opere distribuite sui tre piani della galleria di Via Manzoni. Di queste, una decina sono bozzetti realizzati a tempera su carta tra il 1925 e il 1929, già appartenuti a Casa Balla a Roma e successivamente acquistati da un collezionista privato lombardo. È da questi bozzetti che si è partiti per concepire la mostra. In essi, infatti, si coglie il metodo di lavoro e i procedimenti tecnici e compositivi che hanno portato alla realizzazione delle opere su tela. Alcune di queste opere su tela sono esposte accanto ai bozzetti per un confronto diretto. I prezzi vanno da 45.000 a 60.000 euro per le tempere su carta, e da 330.000 a 450.000 per le opere su tela. La mostra ha già riscosso interesse e diverse opere sono già stata vendute.

Le opere costituiscono un ottimo esempio dell’astrattismo di Balla degli anni 20, caratterizzato da linee dinamiche, energia e, soprattutto, un uso felice del colore. Punto di partenza per questo tipo di produzione è, infatti, il Manifesto del Colore, pubblicato da Balla nel 1918 in occasione di una mostra alla Galleria Bragaglia di Roma, in cui l’artista analizzava il ruolo del colore nella pittura d’avanguardia, articolando il suo pensiero in sette punti. Balla parte dal presupposto che, data l’esistenza della fotografia e della cinematografia, la riproduzione pittorica del vero non interessa né può interessare più nessuno e che in tutte le tendenze avanguardiste deve dominare il colore, che è “privilegio tipico del genio italiano”, ed è dinamismo, energia, futuro, simultaneità delle forze.

Se, infatti, la pittura futurista mirava a rappresentare il soggetto in movimento, la velocità e il dinamismo universale, Balla approda, attraverso i suoi studio sul movimento, alla rappresentazione della linea della velocità, da lui stesso definita base fondamentale del suo pensiero. La linea della velocità viene applicata allo studio del paesaggio, alle sperimentazioni sui vetri smerigliati, ma anche alle scenografie per i Balletti Russi di Diaghilev al Teatro dell’Opera di Roma (allora Teatro Costanzi) nella rappresentazione dei “Feu d’artifice” nel 1917. I suoi quadri realizzati tra il 1916 e il 1918, intitolati “Linee forza di paesaggio”, rappresentano un ambiente in cui le sensazioni del pittore si riflettono come le luci sulla scena.

Andando oltre la rappresentazione del soggetto, poi, Balla giunge al “decorativismo cromatico astratto”. Così l’artista: “Superando anche la forma cinematica mi lanciai nella pittura idealista e astratta. Furono lunghi anni di ricerche cromatiche. (…) A me non importa che lo spettatore trovi nel mio quadro il soggetto che lo ha ispirato. A me importa solamente che il suo occhio sia appagato e ricreato dalle mie combinazioni di colori e di forme astratte. L’uomo moderno è portato verso il colore.”

È lo stesso spirito che si ritrova nella casa di Balla, un luogo dove inventare e sperimentare, con i corridoi e le stanze interamente dipinte, invase di colori e motivi geometrici, ma anche nei suoi vestiti e nelle sue stoffe, che lui amava dipingere con linee velocità e colori futuristi.

 

La residenza romana della Principessa Ismene Chigi Della Rovere, Courtesy Christie's Images Ltd.q

Il mercato dell’arte in Italia: Due collezioni italiane

LONON – Due collezioni italiane di arte e arredi andranno all’asta da Christie’s South Kensington a Londra il 4 febbraio. È un’ottima occasione per collezionisti e arredatori per acquistare pezzi che riflettono il glamour e lo stile italiani del XX secolo. La prima collezione, infatti, proviene dalla residenza romana della Principessa Ismene Chigi Della Rovere, una delle protagoniste della “dolce vita”, mentre la seconda proviene da una famiglia nobile genovese ed è più improntata all’antico.

In vendita ci saranno più di 225 lotti molto vari che vanno dai dipinti antichi ai mobili italiani e francesi del XVIII secolo, ai vetri Art Nouveau, agli oggetti d’arte cinesi e giapponesi. Le stime vanno da 500 a 25.000 sterline.

“La Principessa Ismene ha creato una collezione notevole nel suo appartamento a Roma, in cui l’accento è stato posto sullo stile e la bellezza” dice ad Auction Central News Nathaniel Nicholson, junior specialist of private collections and country house sales di Christie’s. “Questa collezione è insolita nella sua ricchezza e varietà. La principessa ha selezionato personalmente e giustapposto ingegnosamente pezzi di antiquariato provenienti da tutto il mondo con l’arte moderna, i vetri in stile Art Nouveau e le opere d’arte cinesi e giapponesi.”

La Principessa Ismene, nata a Milano nel 1927 da una famiglia nobile, ha sviluppato la sua passione per l’arte all’università. Dopo l’incontro con il marito nel 1959, il Principe Mario Chigi Della Rovere, ha vissuto la “dolce vita” degli anni 60, visitando le mete più alla moda in Europa e in America e frequentando molte figure dell’alta società del tempo, come Christina Onassis, Elizabeth Taylor e Richard Burton, Roger Vadim e Jane Fonda, e il Principe Ranieri III e la Principessa Grace di Monaco. La sua passione per l’arte è stata ulteriormente favorita dalla sua amicizia con il noto gallerista romano Gaspero Del Corso, che la introdusse all’influente gallerista di New York Leo Castelli. Con la sorella Anna Maria, poi direttrice della Galleria Marlborough, la principessa si è immersa nella scena artistica newyorkese. I suoi viaggi e gli amici hanno fornito l’ispirazione per la sua collezione. La sua prima figlia Emanuela, inoltre, ha sposato Stuart Gardner, discendente di Isabella Stewart Gardner, una delle più importanti mecenati della fine del XIX secolo, e la principessa ha visitato spesso la famiglia Gardner in Massachusetts. Dopo il ritorno da New York, a partire dagli anni 70, la principessa ha creato un’elegante collezione nel suo appartamento di Roma. “Questa collezione è una testimonianza del gusto personale della principessa” spiega Nathaniel Nicholson, “che si nota nel modo intelligente in cui gli oggetti d’antiquariato sono accostati alle opere d’arte giapponesi e cinesi, ai vetri Art Nouveau e all’arte moderna.”

Tra i pezzi forti della vendita c’è una coppia di candelabri reali a quattro braccia Louis-Philippe in bronzo dorato (lotto 53, stima £15.000-25.000), che mostrano i motivi egiziani così popolari nel periodo dell’Impero e che quasi certamente hanno fatto parte di una grande commissione voluta dal duca d’Orléans, poi re Luigi Filippo di Francia (1773-1850), per lo Château de Neuilly. Altri highlight sono un cassettone Luigi XV in bronzo dorato e “Vernis Martin”, circa del 1740 (lotto 50, stima £25.000-40.000), che illustra il gusto europeo e l’imitazione dei materiali orientali a metà del XVIII secolo; e un tavolino italiano in bronzo dorato e diaspro rosso di Sicilia del XX secolo (lotto 75, stima £15.000-25.000), acquistato presso la Galeria di Castro di Roma ed impiallacciato su tutte le superfici con questa pietra dura ricca e colorata tale da renderlo il fulcro del soggiorno della Principessa Ismene.

La seconda collezione italiana ad andare all’asta a febbraio a Londra proviene da una nobile famiglia genovese. “Questa collezione molto curata, accumulata da una famiglia nobile di Genova dagli anni 50 in poi, include una vasta gamma di opere d’arte tra dipinti antichi, argenti, tappeti e porcellane europee, così come notevoli mobili e complementi d’arredo dal design tipicamente genovese e che prestano alla collezione un sapore inconfondibile” così Nathaniel Nicholson, che aggiunge: “La collezione è stata assemblata nel corso del XX secolo con l’aiuto di uno dei più rinomati antiquari italiani, Pietro Accorsi. Molti dei pezzi in collezione portano la sua etichetta, con l’indirizzo del negozio ‘via Po.55, Torino’. Accorsi era molto rispettato nel mondo dell’arte come consulente e mercante di numerosi collezionisti e istituzioni prestigiose. Ricercava pezzi prevalentemente genovesi per questa collezione e ha contribuito notevolmente alla sua evoluzione complessiva.” Anche se il mercato dei mobili antichi sta vivendo un momento di difficoltà, da Christie’s continua ad esserci domanda per mobili di qualità, in buone condizioni e con provenienza interessante. “L’asta di febbraio offre una selezione di affascinanti mobili italiani e francesi del XVIII secolo che attrarrà sia i nuovi acquirenti più esigenti che i collezionisti affermati” afferma Nathaniel Nicholson.

Tra i pezzi più importanti della seconda collezione c’è una scrivania genovese in palissandro e bois de rose montata in bronzo dorato (lotto 170, stima £20.000-30.000). “Le curve sinuose e gli angoli di questa scrivania sono caratteristici dei mobili genovesi prodotti alla metà del XVIII secolo, fortemente influenzati dal design francese in parte per via della vicinanza di Genova alla Francia”, spiega Nathaniel Nicholson. Altri highlight sono tre paia di canapè policromi Luigi XVI (lotti 201-203, stima £6.000-10.000 ciascuno): pezzi altamente decorativi e contrassegnati dal falegname Jacques Cheneaux, il cui lavoro è raro, e questi sono considerati tra i suoi pezzi più belli.